Archivio | febbraio, 2013

Chicken Nuggets

28 Feb

Dovrei stare lì,

precisamente lì,

molto più tempo.

Per saziare la mia fame, 

per sedare la tua sete.

Fermo i gomiti, appoggiandoci sopra tutto il peso 

di questi giorni senza di te. 

E poi, 

lentamente, 

osservo un piccolo pezzo di acciaio,

muoversi disperatamente sotto di me. 

Lasciamo che parole leggere,

si arrotolino sui nostri pensieri più torbidi,

tanto è buio, tanto è notte. 

Penombra, 

di anime, gomiti, piedi inarcati e niente da fare. 

Rischiando,

di cose che poi non dovresti mai aver fatto, 

di trovarsi a dire, 

oh cazzo, quanto è perfetto. 

Mangio pollo, a pezzi, 

da solo, guardando il sole.

Aspetto che passi,

questo ricordo, troppo forte. 

Tanto so già,

che non si può fermare.

 

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Perdono

24 Feb

Non si può passare sopra
a tutto questo casino.
Io so che tu puoi vedere davvero,
e immaginare quello che avremmo potuto
essere.
Apri quegli occhi piccoli,
girati verso di me,
inizia a portare un po’ di quel peso,
che vorrei non darti.
Non ci sono ragioni per quello che stai facendo.
Non ci sono logiche dietro quello che sto facendo.
Vorrei essere forte,
forte anche per te che bruci,
mentre io dormo.
Vorrei essere più mare,
per te che non ammetti la tua sete.

Smetti almeno tu,
la ragione tra i due,
di azzuffarti con il tuo passato.
Potremmo essere molto di più,
se solo volessimo essere futuro
e non passato.

Lascia che ti insegua,
ti proteggeró.
Lascia che ti prenda,
lo toglierò.

Ma devi,
almeno tu,
che tra i due sei la ragione,
provare a lasciare
che tutto questo passato
diventi un futuro solo

Que Noia, querida

12 Feb

Che noia,

non sapere nemmeno cosa tu stia pensando.

Che morte,

non poterti dire quello che penso.

Che fatica,

che mi fai fare ogni volta.

Aspetto il mare

la primavera,

il sole e il caldo.

Che noia aspettarli da solo,

chiuso in un barattolo,

di decisioni difficili e rabbia impossibile.

Che noia,

non avere i tuoi capelli che mi accarezzano

la barba.

Che noia,

non avere il tuo sorriso,

a cavallo della mia pancia,

mentre aspetti che mi tornino le forze,

per farmele sparire un’altra volta.

Che noia,

constatare che tu sia la perfezione.

Tranne quando,

che noia,

non sai aspettare.

Che noia.

 

il mio amico immaginario Woody

4 Feb

Io non ho mai avuto un amico immaginario. Non ne ho nemmeno sentito il bisogno. Mai. Mai prima d’ora.

Scrivo aspettando che il Piccolo crolli lentamente sul divano. Ho quaranta mail a cui rispondere, due piani strategici da finire, un faldone di carte da mettere a posto, una lunga fila di bollette da pagare, mezzo bicchiere di Sarpa che mi aspetta, un biglietto business che mi porterà via prima che sorga il sole, per riportarmi dopo che sarà tramontato, una lievissima malinconia e una nostalgia bestiale.

Ho anche una lunga serie di domande che non trovano risposte, e risposte che non hanno il coraggio di fare domande. E, finalmente, il silenzio della sera. In sottofondo, Frank Turner, la Tangenziale che qualche volta, con il suo rollio, sembra un’oceano perennemente attivo.

In casa c’è silenzio, disordine, poca luce.

Finirò la grappa, fumando e guardando il cielo, le luci lampeggianti dei grattacieli. In silenzio. Ho finito, davvero, le parole. Ho finito, davvero, le scuse. Lascerò le mail per domani. Lascerò tutto per domani.

Finirò quel libro di Haddon, ascoltando il silenzio della casa.

Immagino non sia etico, maturo, ragionevole, intelligente, rispettoso, dire quello che penso. E non lo dico. Per rispetto, ragionevolezza, maturità, intelligenza ed etica. Ma lo penso. Perchè in fondo, per fortuna, ho sempre pensato quello che volevo.

Metto in fila ordinata i vestiti per domani. Completo blu, camicia, gemelli, cravatta, scarpe. Mi vesto al buio, esco al buio, e mi ritrovo a guardare l’alba da un finestrino. Sempre in silenzio. Sempre da solo.

Avrei voglia di guardare l’alba dall’alto di un abbraccio. Dalla strada che viene da una notte insieme, che finisce sempre in un abbraccio silenzioso. Avrei voglia di tempo, di pelle, di silenzi, di parole, di tentativi e di sorrisi. Di quella quotidianità che a vent’anni sembra una magia sospesa tra due gambe, a trenta è la certezza di volerlo anche per i quaranta, per i cinquanta. Forse a sessanta no. Voglio la libertà di cagarmi addosso da solo, nella beatitudine del mio Tena Man contenitivo e della mia badante russa che cerca di fottermi quei quattro soldi che le bollette dei trenta, le pazzie dei quaranta e il sadismo dei cinquanta mi avranno lasciato.

E devo aver sbagliato qualcosa se, per come sono adesso, bevo grappa sospirando e guardo albe con la fronte appoggiata a un finestrino e le cuffie che sparano Frank Turner. O forse, devo semplicemente aggiustare il tiro di un po’.

Quando fai questa vita, tutti i giorni, di tutte le settimane, degli ultimi sette anni, sai soppesare con precisione il valore segreto di un bacio, di un abbraccio, di uno sguardo.

Non ho mai voluto un amico immaginario. Non mi serviva. Ho degli amici. Pochi. Splendidi come i loro fallimenti, forti come le loro debolezze, fedeli come le loro amanti, talmente tanto veri da sembrare amici immaginari. Parlo con loro, quando devo parlare. Ascolto loro, quando devo ascoltare.
Sono il regalo più bello che Dio mi ha lasciato, in cambio del mio carattere, delle mie indecisioni, delle mie sofferenze.

Se avessi voluto un amico immaginario lo avrei chiamato Woody.
Ma poi non so bene come ci si comporta con un amico immaginario. Lo si porta in moto, anche quando vuoi stare solo? lo si presenta alle ragazze? Lo si coinvolge nelle serate a tema?

No, forse non sono ancora pronto per avere un amico immaginario.

Forse non sono ancora pronto per avere molte cose che vorrei.

Guardo il bicchiere di grappa, vuoto, ascoltando il ticchettio dell’orologio della cucina.

Mercoledì suona Frank Turner. Mi sto preparando come una ragazzina si preparerebbe al concerto di una boy band. Voglio spingere fino a sotto il palco, fermarmi, e cantare. Tutte le canzoni di questo periodo. Catarsi da folk rock. Voglio bere birra, fino a non sentire il fiatone.

Ho comprato due biglietti. Non so fare i conti con il tempo. Credevo passassero molto più lentamente questi due mesi. Invece sono ancora qui.

Con due piani, un faldone, delle mail e una vita da prendere in mano.

Andando con ordine, ce la dovrei fare giusto prima che la badante russa prenda servizio, pulendo delicatamente la mia merda.

Santa Cruz

2 Feb

Alcune parole sono state dette,
nella furia della sera.
Non possono tornare indietro,
oramai.
Viaggiano da sole,
verso il nulla.
Viaggio da solo,
con pensieri,
che non posso dire di stare pensando.

Ho comprato un accendino giallo,
perchè mi ricorda i suoi capelli.

Non è facile,
essere un fallimento così grande.

Lei crede a tutte le storie
che per lei costruisco e racconto.

Non mi dimenticherà,
lo so,
anche se non ha il coraggio di essere
tutta mia.

E io viaggio da solo
come sempre,
insieme a pensieri che non posso raccontare.

Non lo avrei voluto nemmeno io,
ma adesso so cosa voglio.

Voglio tornare a quel pomeriggio,
in mezzo alla gente sul lungomare di Santa Cruz.
Quando mi sono chiesto,
se fosse il caso di finire tutto questo,
andando verso il molo di una città senza onde.

Si