Prestami 

2 Nov

Prestami il tuo sorriso,

teso come un arco,

un arco perfetto,

che scocca frecce che illuminano le mie mattine.

Prestami i tuoi occhi,

che come due punti cardinali,

da oggi mi dicono quale sia la mia rotta.

Prestami le tue guance,

che sento il velluto della tua pelle

come fosse una delle più sicure cose 

della mia vita.

Prestami le tue mani,

che disegnano nell’aria,

magre, sottili, veloci,

appoggiale su di me.

Prestami i tuoi baci,

mi disorientano, mi disordinano,

mi lavano, mi puliscono,

mi amano, mi tengono,

mi saziano, mi vivono,

mi lasciano lì,

finalmente.

Prestami i tuoi fianchi,

voglio aggrapparmi mentre brucio,

consumando il mio fuoco nella pace 

del tuo ventre.

Prestameli di notte,

li cercherò nel buio,

ritrovando me stesso.

Prestameli  al mattino,

voglio assaggiare il tuo sapore,

appena sveglio,

per portarlo come un segreto,

nella mia bocca per il mondo.

Prestami la tua schiena,

la graffierò per sentirmi vivo,

poi ci morirò sopra,

di tutta una vita tu sei la mia.

La mia fine e il mio inizio.

Prestami la tua paura,

per sapermi fermare,

dimenticarti,

nasconderti nelle pieghe della mia vita,

come un sussulto passato.

Prestami la tua voce,

la terrò per me,

come tengo per me i tuoi silenzi,

li misuro con lunghi passi,

ascoltando la musica del tuo respiro.

Prestami il tuo coraggio,

io ne farò un gioiello per noi,

e lo lascerò su una panchina al sole,

perché un altro uomo sappia di cosa sei capace.

Prestami il tuo nome,

lo nasconderò insieme ai nomi,

che io ti ho dato.

Lo chiamerò di notte,

all’ora in cui tu mi aspetti,

perché io vorrei,

sarò forse un giorno,

li accanto a te.

Prestami,

per ultimo,

il tuo bacio più desiderato,

quello con cui mi dici,

senza dirlo,

non so come chiamarlo,

questo incredibile maremoto.

Questa tempesta,

questo vento e queste nuvole,

baciandomi in silenzio,

dirai non ne so il nome.

Io lo so.

Ti amo.

Prestami le tue orecchie e il tuo collo,

terrò il collo tra le mani e ti sussurrerò:

ti amo.

Mai è stato così.

Prestami il tuo presente,

ne farò il nostro futuro.

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Se, solo

25 Ott

Niente sopravvive al weekend,

come le luci che si accendono sul tuo corpo.

Sdraiata, nuda, per me,

che dici che sono innocuo.

Adori raccontarti questa bugia,

come adori sentire la mia voce,

che cambia tono quando l’immagine

di quel corpo perfetto, si accende come luci nella sera.

Dio mi ha combinato molti casini,

non avrebbe potuto farmene uno migliore.

Facendo il tuo sorriso,

ha deciso di illuminare il cielo e lasciare

morbide labbra da mordere all’angolo,

per lasciarmi dire, senza parlare,

che l’amore sconfina nel desiderio.

Poi ha fatto la tua schiena,

per dare modo agli uomini di perdersi,

sconfinando sul collo.

Vorrei essere l’unico a conoscerne 

la via d’uscita. 

Che porta dritta al mare che Dio ha fatto,

nella tua pancia, appena sopra la perdizione scontata del tuo profumo,

per farmi decidere di restare, fermarmi, appoggiarmi, in silenzio.

Poi ha pianto, Dio, disegnando i tuoi occhi,

che raccontano storie e fanno domande,

ha voluto farne due così,

per poi non farne più.

L’unica cosa che ho chiesto a Dio,

dammi il suo sospiro,

miagola, con la voce spezzata,

dammelo tra le mani,

mentre appoggiato,

nudo,

deciderò di restare lì. 

Giocando col le dita,

disegnando il contorno del mio desiderio,

senza fare il peccato di disturbarlo,

prendendone il piacere,

aspettando di berne la fine, 

tenendo tra le mani due gambe tremanti,

ascoltando un miagolio rotto dal respiro.

Dammi questo, Dio.

In fondo lo hai fatto per me.

Non sono cose che si chiedono a Dio,

mi ha risposto.

Sarò un uomo migliore,

forse,

dopo averla presa di spalle,

mangiandone le orecchie,

accarezzandone il desiderio,

leccandone la fine,

rompendo il confine tra pensieri, progetti e parole,

facendolo piano, per poterlo ricordare per sempre,

di un lento movimento, tipico delle barche appoggiate sul mare.

Beccheggiando, senza mai togliere gli occhi dai suoi,

esplodendole sulla pancia,

per poi tornarci,

sfinito, sfumato, pieno,

ad appoggiarmi.

Non sarò un uomo migliore,

ma sono perfetto per questo.

Innocuo,

dice.

Col cazzo,

dirà,

sfinita.

Felice.

Finalmente.

Se solo,

se,

solo.

Trovami un posto

19 Ott

Trovami un posto comodo,

che io nella tua vita voglio starci tanto.

Trovami un posto da dove io possa vedere

tutti i giorni

il tuo sorriso.

Immaginando di rubarti un pezzo di bocca,

prendendo per le quella perfezione.

Trovami un posto comodo,

devo portare le mie cose.

Due baci,

promessi e mai ritirati,

dei libri, per ingannare l’attesa

e qualche quaderno per disegnare.

Trovami un posto comodo nel tuo cuore,

voglio abitarlo per sempre.

Non sai darmi un nome,

non bisogna dare un nome a tutte le cose,

ma solo a quelle che vuoi che restino nel tuo cuore.

Trovami un posto comodo nella tua testa

fammi spazio rubandolo alla paura.

È spazio sprecato, quello dato alla paura.

Lo riempirò con i sorrisi e gli sguardi,

saranno solo pensiero belli,

come nuvole bianche e soffici in cielo.

Trovami un posto tra le tue spalle,

nel punto dove inarchi la schiena.

Che lì mi voglio appoggiare,

come un uomo sfinito dal mare si aggrappa a uno scoglio.

Trovami un posto tra le tue gambe,

voglio restarci a lungo, respirando, mordendo, mangiando e morendo.

Lasciami li per una stagione,

guardami dall’alto implorandomi di smettere,

pregandomi di continuare.

Trovami un posto di fianco a te,

nelle cose che la vita ti darà da guardare.

Saremo spettatori divertiti di una partita non nostra.

Trovami un posto ai tuoi piedi,

che io possa, baciando, risalire fino alla pancia.

Trovami un posto,

dammi un nome,

chiamami a te sussurrandolo,

prendimi piano,

io lo aspetto.

Trovami un posto dove io possa stare.

Mantieni il segreto,

non dirlo a nessun altra.

Io li sarò solo tuo.

Nudo,

sorridente,

io.

Trovami un posto,

per farlo prenditi tempo.

Poi vieni in quel posto,

tu,

nuda,

sorridente.

Trovami.

Li.

Ad aspettarti.

1440

13 Ott

Ora,

sai quanti minuti ci sono in un giorno?

Millequattrocento e quaranta.

Ora,

tu sai quanti minuti ho perso a pensarti oggi?

Beh,

tu dirai, ci mancherebbe, sono divinamente bella.

Beh,

ti risponderei io, ci mancherebbe, hai ragione.

Però,

oggi pioveva.

Giornata uggiosa, cielo grigio, pioggia piccola e fastidiosa.

E io mi dico,

così per dire,

perchè non fare l’amore tutto il giorno?

Sarebbe un bel progetto.

Che io,

nei millequattrocento e quaranta minuti,

di pioggia e nuvole grigie,

ci ho pensato almeno mille minuti.

A farti l’amore,

a lasciarti senza speranza.

Senza respiro,

più che senza speranza.

Io,

oggi,

ho pensato a tutto questo…

Prendendoti delicatamente la schiena,

lasciandomi del tempo,

nei millequattrocento quaranta minuti,

vorrei esplorarti come una spiaggia deserta.

Comunque,

tornando a noi,

sai quanti minuti ci sono in un giorno?

Bene,

più della metà vanno a te.

Insomma.

Io mi farei delle domande.

Fattele.

Io sono pieno di risposte.

Per te.

E di minuti.

Carillon

9 Ott

Sai fare quella magia,

che credevo di aver dimenticato.

Quella magia che noi abbiamo paura a chiamare con il suo nome.

E’ una magia che si può fare in tanti modi differenti.

Tu sei brava a farla con il sorriso,

ti ho visto farla una mattina d’estate.

Tu sei brava a farla con le mani,

ti ho visto farla in un pomeriggio d’autunno.

Tu sei brava a farla con le parole,

ti ho sentita farla poco prima che mi esplodesse il cuore.

Sai fare quella magia,

che sei la prima ad aver paura di chiamare con il suo vero nome.

Mi piaci, sai, quando hai paura?

Promettimi che se avrò fame,

con questa magia mi sazierai.

Promettilo.

Le promesse sono splendidi guanti con cui si veste,

quella magia che hai paura a chiamare per nome.

Promettimi che non avrai paura di domani,

promettiamolo insieme.

Tu sai fare una magia,

come una ballerina di un carillon,

che avrai già fatto a qualcun altro.

Io non ho mai visto,

ne mai sentito,

la tua magia.

Ed è stupendo.

Ocean Tide

20 Feb

Ubriaco abbracciato a una abat jour,

l’ultimo della classe, in fatto di sbornie.

Piango lacrime di alcool e ricordi,

di te che parlavi così bene,

mentre pensavo all’estate.

Così tante volte, mi hai messo l’estate nel cuore,

che quando te ne sei andata,

ho pensato di non volerci credere.

Un pianoforte, un po’ scordato, suona una canzone dolcissima,

di Oceano e Ricordi.

Nuda, sul letto, davanti allo specchio,

sorniona come una gatta

adorante come un pastore.

Non so più cosa pensare, ubriaco e solo,

quando mi affonda il tuo ricordo.

Mi sembra quasi di far fatica a respirare.

Ma poi mi passa.

DioBono

4 Set

DioBono è una canzone disperata,

che voleva essere una poesia.

Ma ho capito che non son mica buono,

a far delle belle poesie. 

E arriva un’età in cui a meno che tu non scriva belle poesie,

sarebbe meglio smettere. 

DioBono,

se smetto di scrivere cosa cazzo mi rimane? 

Niente, allora vado avanti, 

mi impegno a leggere buone poesie, 

bravi poeti,

ottima gente. 

Che palle, dico,

ma DioBono è questione mica solo di muse, culo e versi.

Che poi a me il culo non manca mica, 

e mi vengon dei versi mica male.

La musa va e viene,

che quando viene è bello,

quando va, ci scrivo sopra. 

E niente,

DioBono,

mi vien da piangere. 

Ieri, a piedi nudi,

camminavo vicino alla Tangenziale, 

che uno mica può scriverlo così com’è.

E mi veniva da ridere, 

che c’ho la musa che va,

e mica viene. 

E va in giro,

tra nuvole, pensieri e lenzuola.

Le nuvole non son mai state mie,

le lenzuola son di un altro,

e i pensieri di una musa 

non sono mai tutti tuoi. 

E che cazzo,

DioBono,

o scrivo una poesia sulla tangenziale

o una poesia su me che rido a piedi nudi davanti all’uscita 7B,

che è anche un brutto incrocio. 

Invece, 

DioBono,

sarebbe meglio di far l’amore, 

sudando fuori tutte le fatiche

come se non ci fossero i pensieri e le nuvole. 

Se no,

poi è ovvio che non c’è nulla di bello. 

DioBono è una canzone disperata